La valle del Mis ed I cadini del Brenton

 

 

Un’escursione verso le prime montagne, per chi abita in pianura veneta non è certo difficile da realizzare e permette di raccogliere spunti di carattere fotografico in maniera piuttosto generosa grazie alla ricchezza naturale che si riesce ad incontrare anche senza particolari impegni. L’idea di una visita in siti di questo genere è legata soprattutto a due temi della disciplina fotografica: Il paesaggio e la foto naturalistica.

È evidente che con passione e sapienza sarà possibile, queste aree permettono spostare l’interesse ad altri generi, quali l’architettura rurale o il ritratto di chi ci vive, dalla fotografia sportiva alla ricerca di tracce antiche. Pertanto, l’interesse per i Cadini del Brenton, in questo album fotografico mi ha spinto a cercare di trasmettere scatto dopo scatto, più una valenza paesaggistica mirata all’acqua nella sua massima vitalità, purezza e trasparenza, dando all’osservatore più attento e critico l’idea di un ambiente soprattutto naturale ed incontaminato, dinamico e ricco di vigore intrinseco.

 

 

Lasciando alle spalle il paese di Feltre, a metà della strada che prosegue in direzione di Belluno, sulla sinistra si sale passando attraverso il paese di Sospirolo lungo la valle del Mis, salendo fra le strette e tortuose curve che la strada offre, passando diverse gallerie completamente buie e disagevoli fino al raggiungimento del lago che prende il nome dall’omonima valle, lago del Mis, un bacino artificiale utilizzato per la realizzazione di energia elettrica.

 L’escursione è stata effettuata verso la fine dell’inverno, una stagione che non attira il grande turismo, in un giorno lavorativo per poter assaporare l’amenità di questo luogo. La strada che costeggia il lago, così deserta e silenziosa, portava ancora i segni della fredda stagione appena passata, con crostoni di ghiaccio aggrappati alle pareti della valle, meno esposte ai raggi del sole, lasciando per altro il cammino della carreggiata piuttosto pulito con l'esclusione di imprevisti per chi vi transitava.

 

Salendo verso nord , quando il lago si restringe, si arriva nel luogo dove poter lasciare l’auto e proseguire a piedi. Si tratta una breve e facile camminata con pendenze minime e di facile transito. Naturalmente il cavalletto è assolutamente consigliato per il tipo di fotografia che ci si aggiunge a rappresentare. Personalmente ho puntato su ottiche luminose e un buon grandangolo (Canon 17-40) che permettono riprese in luce scarsa e spazi non troppo ampi.

Gli ISO sono stati portati a 400 visto che la 40D mi permette di usarli senza alcun timore. Così guadagno due stop sul decoroso zoom.

 Quando scatto in condizioni non proprio agevoli, cerco fermamente di ricordare una massima di un grande fotografo che diceva che non c’è scatto che possa valere di rischiare la pelle. Infatti le rocce dei Cadini sono umide ed in parte ghiacciate e prestando poca attenzione sarebbe piuttosto facile scivolare nell’acqua gelida o sbattere su qualche roccia. Intorno a me non c’è anima viva. Ogni tanto sento dei rumori strani; sembra la presenza di qualcuno che però non riesco ad individuare; penso possa essere qualche mammifero e questo mi porta ad indagare con lo  sguardo, girando lentamente la testa a destra e poi a sinistra. Non ho paura, ma non sono tranquillo perché mi sento osservato.

Durante i lenti ed accurati spostamenti da una roccia all’altra, e da un cadino al successivo, mi aiuto usando il mio robusto Manfrotto come bastone. L’acqua è trasparente e soltanto spostandosi un po’ si riesce a vedere rispecchiarsi il blu del cielo o il verde della vegetazione, dando così un colore magico alle pozze ed alle loro cascatelle. Scendendo verso le pozze più basse si riesce ad ottenere inquadrature a pelo d’acqua molto suggestive. Devo accertarmi sempre che nell’inquadratura della valle non entrino aree di vette lontane molto illuminate, perché avrei una alterazione tra le zone d’ombra e lo sfondo chiaro.

 

È quasi mezzogiorno ed il sole si è fatto vedere e sentire giusto sopra il lago; sento dietro a me ancora un rumore prolungato chiaro e forte; mi giro e vedo che a venti metri dame una piccola lastra di ghiaccio si staccata dalla roccia scivolando lungo il pendio con quel rumore che mi inquietava. Finalmente avevo capito il motivo tutti quegli strani rumori e movimenti che mi ero messo in testa. L’esser da soli non offre solo vantaggi, ma anche piccole emozioni.

 

Ho continuato a scendere ed ho raggiunto il letto del fiume che mi permette, alzando lo sguardo verso monte, di vedere avanti a me tutti i cadini posti a piani sfalsati, l’uno sopra l’altro con d’acqua e riflessi turchesi e color smeraldo. Dedico gli ultimi scatti ad alcune riprese a filo d’acqua montando il 24-105 cercando di far entrare nelle riprese i grossi massi arrotondati che spuntano dall’acqua del corso d’acqua. Alcune foglie, resti autunnali, danno un po’ di colore all’inquadratura.

 

L’uscita ai cadini la finisco così, quando c’è ancora luce, perché sulla strada del ritorno voglio fermarmi a fotografare alcuni cascinali visti all’andata. Tornerò in altra stagione in questo meraviglioso posto, così da vederlo presentarsi con nuovi colori, magari in primavera inoltrata, oppure in pieno inverno quando qui è tutto bianco.

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